Quale memoria?
17 AGO 20

Ricordo che durante l’intervallo della proiezione del film Schindler’s list, una signora vicina guardò l’ora e disse al marito “è presto, sono solo le nove. Dopo andiamo al thailandese”. Credo che quella signora abbia dipinto bene quello che ribadisce Rosenfeld - altri studiosi lo hanno affermato in passato, forse in modo più grossolano – cioè quanto la commemorazione dell’Olocausto e le derive della sua spettacolarizzazione possano diventare un potente anestetico. O addirittura fomentare il rigetto per saturazione. Credo che le generazioni incolpevoli di quell’orrore, soprattutto le più giovani, non accettino facilmente di farsi carico di una memoria mortifera e mortificante, che, per tramandarsi, dovrebbe scomodare categorie ben più insidiose rispetto a quelle della politica e della storia. Personalmente, ho trovato un antidoto alla retorica celebrativa. Quando vado in posti nuovi, mi capita spesso, o forse è il desiderio inconscio di trovare radici perdute, di incrociare luoghi che siano testimonianza viva della presenza ebraica. Viva, appunto.